2010
storiaduomosan michele

I misteri del duomo
I “misteri” del Duomo e la misconosciuta chiesetta di S. Michele

Giuseppe Marini

La primitva chiesa della Pieve
A Gemona c’erano molte chiese e quindi molti preti o, se si preferisce, l’inverso. Non è casuale perciò che nella ricostruzione della loro storia sacerdoti come l’abate Bini nel Settecento, Valentino Baldissera nel secondo Ottocento, Giuseppe Vale e Giuseppe Marchetti nel primo Novecento, abbiano profuso intelligenza, pazienza archivistica e passione per l’arte. Con esiti notevoli, specie in Baldissera, alla cui sapienza ancor oggi gli studiosi di Gemona chiedono soccorso. Quelli seri, beninteso.
Né Baldissera né Vale né Marchetti sono riusciti però a svelarci appieno i misteri della (o delle) chiese plebanali che antecedono l’attuale Duomo trecentesco. Sappiamo che in un documento dell’Archivio capitolare di Cividale del 1190 si nomina una S. Maria della Pieve; Ludovico Antonio Muratori nelle sue «Antichità estensi» attesta che nel 1204 vi si celebra un importante matrimonio tra Azzo VI d’Este e Alisia d’Antiochia; e infine nel 1217 il patriarca Volchero stringe certi patti feudali nella chiesa di S. Maria della Pieve, qualificata come «chiesa maggiore», a denotare l’esistenza di altre chiese altrettanto se non più antiche. Di questa «chiesa maggiore» e del trac­ciato delle sue fondazioni peraltro sappiamo poco o nulla. Marchetti pensa che l’architetto del Duomo, maestro Giovanni, abbia ampliato la pianta primitiva, ma non porta alcun argomento a sostegno. Altri al contrario, basandosi su indizi un po’ evanescenti, pensano che l’ar­chitetto abbia edificato il nuovo edificio ricalcando il perimetro del vecchio. Mah! L’archivio purtroppo non ci aiuta, poiché le serie dei quaderni dei camerari di S. Maria e dei massari del Comune inizia­no rispettivamente nel 1327 e nel 1349. Il restauro del Duomo successivo al terremoto del 1976 avrebbe forse potuto mettere in chiaro la cosa ma le ipotesi avanzate a seguito degli scavi per la rico­struzione della navata destra - ai quali non hanno fatto seguito sondaggi sistematici in altre parti del piano fondazionale - sono incerte e contraddittorie.

Una cripta in duomo?
Il fantasma della chiesa primitiva non è l’unico che intriga chi studia il monumento gemone­se. Anche più tenace, forse perché in odore di maggior pregio antiquario, è l’ombra che ritorna co­stantemente, da oltre duecento anni, sotto forma di una pretesa «cripta» sottostante il coro, o pre­sbiterio, del Duomo trecentesco. Il primo a insinuare il dubbio è stato Gian Giuseppe Liruti, che di rado rinuncia a spargere fantasiosi indizi sulla Gemona antica e medievale, per la delizia e il tormento dei suoi lettori, e che scrive nelle sue Notizie di Gemona (1771):

Tra questi altari, il Grande, situato una volta nel Presbiterio sotto un’alta Cupola, ed ora nel Coro, il quale era prima, secondo l’antico costume nel mezzo della Chiesa, e già trecent’anni, e più [quindi in­torno alla metà del XV secolo, quando avvenne la prima importante riforma della Chiesa] fu a quell’Alta­re trasferito, è posto pure all’antica in alto, e ad esso per nove scalini si ascende, aprendosi sotto al di fuori quel sotterraneo, che si chiama la Confessione. In questo sotterraneo, o Confessione, erano an­ticamente, secondo l’uso di que’ tempi, due Cappelle ovvero Oratorj, uno dedicato in onore di S. Mi­chele, e l’altro di S. Giambattista per il Batisterio, dove fu il soprammentovato vaso, o conca Battesi­male, come abbiamo memoria nell’Archivio di questa Chiesa».


Liruti non si fa scrupolo di mescolare luoghi immaginari con luoghi reali, né si cura di verificare se le sue ipotesi siano compatibili con l’impianto spaziale del Duomo. Infatti quella che lui chiama «Confessione», ovvero la supposta cripta, rinvia sì ai due vani sotterranei noti oggi come «sacello di S. Michele» ed «ossario»; ma questi disgraziatamente sono ubicati altrove, all’esterno e non all’in­terno del Duomo. Valentino Baldissera, tutt’altra tempra di studioso, più preoccupato della verosimiglianza, scrive invece nel suo L’Ancona dell’antico altar maggiore, il Coro e l’Abside della Chiesa arcipretale di Gemona (1892):

Ed ora per finire: sotto il Coro ci fu mai una cripta? Nessuno più di me sarebbe contento che la ci fosse stata, ma stimo molto difficile il provarlo. Intanto assicuro che in tutti i conti della Camera, che abbracciano oltre mezzo millennio, non solo non si trova mai l’erudito nome di cripta, ma nemmeno quello di confessione e neppure il più modesto di grotta, del quale pure si accontentano le sacre grot­te vaticane. Ricordano sì i nostri documenti un sotterraneo, ma col nome di chiargnal, carnajo, ossa­rio; una stanza nella quale si raccoglievano le ossa, o soltanto i crani che si ritraevano dal sagrato o cimitero aderente alla Chiesa. E quell’ossario corrisponde sotto la sacristia, ed interrato da molti anni, da pochi fu sgombrato.


L'oscura storia della cripta
Baldissera osserva che anche l’«esattissimo» monsignor Bini, nella sua dissertazione sul battistero, rileva «un sacello sotterraneo nella parte australe del Duomo confinante coll’ossario: [...] ivi era la Cappella dei SS. Gio:Batta e Michele, ed è probabile che ivi pur fosse una volta il fonte battesimale». In definitiva l’ambigua espressione lirutiana, secondo cui la “confessione” o cripta si trovava “sotto al di fuori” del coro, avrebbe senso soltanto qualora si scoprisse che quei vani sotterranei comunicavano con il coro. Baldissera, riferendosi a recenti lavori di ster­ramento, ci assicura però che «nel disotterrato ossario nessuna traccia apparve del­l’adito alla cripta, sperato da quella parte».
Vero è - ammette Baldissera - che un’ordinanza del 1594 del patriarca Barbaro, in occasione di una visita pastorale, prescrive la rimozione di due altari situati sotto il coro, che in vario modo disturberebbero i riti religiosi; e ciò parrebbe alludere all’esistenza di una cripta. Ma i saggi di scavo compiuti nel secondo Ottocento tanto nel presbiterio quanto nel coro, hanno dato risultati negativi: «anzi la tomba avanti l’Altar maggiore fu trovata vuota e il fondo scavato nel masso vivo». Potrebbe darsi allora che la cripta si trovasse sul luogo dell’antico coro, situato ai tempi del patriarca Barbaro fra le quattro ultime arcate, rialzato dal piano dell’aula di tredici gradini, cioè di oltre due metri, e che gli altari menzionati fossero «in quella specie di bugigattolo» così rica­vato. Più probabile però - sostiene Baldissera - che fossero addossati al rialzo del Coro, forse «dove il parapetto del­l’Imperio era circondato da semplici colonnine [...] e perciò soggetti all’inconveniente che il Prelato voleva tolto». Ciò parrebbe confermato dalla nota del cameraro del 14 agosto 1595, che registra la spesa per coloro che «disfecero li due altari sotto l’imperio ed un altro appresso la porta, e portarono tutta la pietra nell’andito del carnale». E’ difficile infatti pensare - pena il non senso - che l’altare demolito si trovasse nel medesimo luogo, il carnale o ossario, ove viene trasportato il pietrame residuo.
La messa a punto di Baldissera avrebbe dovuto porre una pietra tombale - tanto per restare in tema - sulle fantasie lirutiane. La trasmissione della cultura subisce però strane intermittenze e di­menticanze. Su «Voce amica» del 1933, nelle Note di storia ecclesiastica gemonese, Giuseppe Marchetti, noncurante e di Baldissera e della comune nozione di spazio, ribadisce con Liruti che il Patriarca trovò in Duomo «un numero stra­grande di altari addossati alle pareti perimetrali ed anche alle colonne, e due ne trovò sotto il coro dedicati alla S. Croce ed a S. Giacomo (forse nel luogo delle antiche cappelle di S. Michele, di S. Giovanni, dov’era il Battistero [corsivo nostro]), e ne ordinò la rimozione». Nel 1938, ritrovato l’orientamento spaziale, Marchetti si corregge: «Esistono bensì dei sotterranei ma in altro sito, a destra, sotto le attuali sacrestie», e tuttavia non rinuncia a riportare in vita il lirutiano fantasma della cripta, contrastando Baldissera e nutrendo fiducia nella sola autorità patriarcale:

Tuttavia il documento patriarcale, che ordina la rimozione dei due altari, è di tale natura e di tanta chiarezza, che non mi sembra di potercisi sofisticare. Supponendo che la cripta si trovasse ad un pia­no solo un poco più basso di quello del Duomo, come sono tante altre cripte, e vi si discendesse per due o tre gradini, e tenendo presente che i vani di tal genere hanno sempre volte o soffitti assai bassi, resterebbe ammissibile l’esistenza di una cripta dell’altezza di poco più che due metri. La volta che la copriva, per particolari condizioni o difetti di costruzione, doveva dare risonanza ai passi di chi camminava sul presbiterio, giacché il documento patriarcale accenna a questo inconveniente come a una della cause, per cui si imponeva la rimozione degli altari sottostanti.


Marchetti non porta a sostegno della sua tesi altro che la presunta chiarezza del decreto e con bella sicurezza conclude che nel 1639 la demolizione del presbiterio che si trovava in mezzo al Duomo, nonché la livellazione del pavimento e l’apertura di quat­tro nuove arcate, determinarono la soppressione della cripta o confessione, di modo che «l’interno del Duomo assunse la forma e le dimensioni che tutt’ora conserva, a tre secoli di distanza». L’illustre studioso si mostra convinto dell’esistenza di una cripta ancora a distanza di quasi vent’anni, nel 1957, poco dopo la scoperta (grazie alla felice intuizione del dott. Antonio Antonelli) degli affreschi trecenteschi del sacello di S. Michele. Dimentico della ritrattazione del 1938, egli qui ritorna alla sua idea iniziale, che identificava la «cripta» con il sacello di S. Michele e annessi:

[...] si vengono a prospettare nuovi problemi, non solo nei riguardi della pittura [...], ma anche in rela­zione all’oscura storia dei sotterranei del duomo. Resterebbe, infatti, provato che essi risalgono alme­no al Trecento, cioè verosimilmente all’epoca in cui l’edificio fu ricostruito. Inoltre sembra che sotto lo stesso affresco ci sia stata originariamente una mensa d’altare (se ne vede traccia nell’aggettare del­la parete): forse si tratta di quell’altare di S. Croce che il patriarca Barbaro ordinò di demolire nel 1594 [corsivo nostro]. Ulteriori sondaggi negli stessi locali sotterranei potrebbero facilmente fornire qualche elemento o indizio utile alla risoluzione degli enigmi strutturali che si riscontrano in quella parte del Duomo di Gemona.


Il consiglio di Marchetti - scavare ancora - resta utile; nondimeno il suo orientamento spaziale sembra ritornato precario. Se è vero infatti che i locali sotterranei in parola recano tracce di mense d’altare (Baldissera, in Di alcuni pittori e pitture in Gemona dal 1300 al 1500, scrive che la «stanza ora quasi del tutto interrata sotto la sacristia [...] allora serviva di oratorio e avea un altare»), ci vuole una bella immaginazione per farle migrare da sotto la sacrestia, ove si trovano, a sotto il coro, o a ipotizzare, contro ogni evidenza, l’esistenza di un passaggio che conduca di lì all’interno del Duomo.
Pur tuttavia, col viatico dell’autorità di Marchetti, non si è smesso da allora di trascurare o misconoscere le messe a punto di Baldissera. Ancora negli anni Settanta del secolo scorso si sono licenziate tesi di laurea nelle quali si discute sulla fantomatica cripta. Vi si è cimentata nel 1987 la stori­ca dell’arte Maria Walcher, dell’università di Trieste, la quale, pur pronunciandosi in senso negativo sulla cripta1, mostra di non conoscere interamente gli studi in proposito di Baldissera. An­cora nel 2009, nel suo saggio Riesame del cantiere del Duomo di Gemona (1280-1337)2, Guido Ti­gler, che pure vuol chiudere d’autorità la questione («Non c’è dubbio che quando sentiamo parlare di altari posti “sub imperio” o “sub choro” [...] qui ci si riferisse alla parte inferiore del tramezzo e non ad una cripta ad oratorio, tipologia caratteristica dell’XI secolo, già rara nel XII e del tutto abbando­nata nelle chiese ricostruite o fondate nel Due o Trecento»), tradisce una lettura frettolosa di Baldis­sera quando sostiene che questi «rimaneva incerto se sotto vi si potesse essere trovata una cripta».
Sicché, sulla scia di Marchetti, si continua a giudicare «oscura» la storia dei sotterranei del Duomo, accedendo, al più, all’idea che i due lo­cali siano serviti da cappella mortuaria del vicino ospedale di S. Michele. Si dà prova così di non avere intrapreso nemmeno i passi iniziali di un percorso che dovrebbe consistere al minimo nella lettura scrupolosa degli opuscoli di Baldissera sull’argomento e nell’esa­me attento e completo delle sue schede e regesti (Diplomatarium, Appendice al Diplomatarium, Spogli dei quaderni dei massari), per procedere infine alla ricerca d’archivio. Ricerca che però, paradossalmente, sembra agli studiosi di oggi meno gradita che a quelli dell’Ottocento.

La chiesetta-battistero di San Michele
In realtà la storia dei locali sotterranei, o quantomeno delle loro funzioni originarie, non è affatto oscura. Il «sacello di S. Michele» e l’oratorio con an­nesso ossario, di cui abbiamo fin qui parlato soltanto sub specie criptae, appartengono ad un’antica piccola chiesa-battistero, la cui abside toc­cava l’esterno della navata destra del duomo, fondata su un piano molto inferiore sia a quello del Duomo attuale, sia a quello della chiesa plebanale primitiva, e cioè poco al di sopra delle fondazioni della “Porta delle porte” (oggi porta Udine). E’ questo l’esito convergente della lettura attenta di Baldissera, della consultazione delle carte d’archivio, e infine dei recenti scavi archeologici.
E’ bene avvertire il lettore, per meglio chiarire quanto segue, che gli archivi gemonesi registrano l’esistenza di ben tre chiese dedicate a S. Michele: la “chiesuola” di cui discorriamo, di gran lunga la più antica; la chiesa eretta nel 1447 sull’area dell’ospedale, all’interno della cinta muraria; la chiesa edificata fuori dalle mura, in occasione della ristrutturazione ottocentesca dell’ospedale, che richiese la demolizione della precedente chiesa quattrocentesca. Quest’ultima, distrutta dal terremoto del 1976, è stata ricostruita ed è attualmente adibita a sala per conferenze.
Tornando alla nostra prima vetusta chiesetta, va detto che anche gli scavi in corso la intravedono: «Il duplice titolo del sacello, infatti, potrebbe fare riferimento a precedenti, più antiche funzioni dei locali quali quelle di un battistero (col titolo di San Giovanni Battista) e/o di un luogo di culto dei primi Longobardi (col titolo di San Michele Arcangelo), esterno alla primitiva chiesa plebanale ed affiancato ad essa. In seguito i locali del sacello sarebbero stati ridotti a camera ardente utilizzata in attesa delle esequie e della sepoltura dei defunti nel sagrato, o area cimiteriale,che circondava il duomo»3. Ancor prima, nel 1987, nel già citato volume sul Duomo, Gino Pavan, allora Soprintendente ai monumenti, ne aveva scritto: «Nel corso dei lavori, gli scavi per eseguire il consolidamento dei muri nell’area della vecchie Sagrestie, hanno portato ulteriori notizie alla vita dell’edificio. E’ stato possibile seguire in tutta la loro profondità i muri settentrionale e meridionale del cosiddetto «ossario» e si è potuto constatare che essi proseguono fino ad arrivare, con quello rivolto a sud, al piano di imposta della vicina porta Udine. Non si può pensare per le sue ridotte dimensioni che questa fosse l’originaria Chiesa di S. Maria della Pieve di Gemona [...]. Risulta evidente che l’accesso a questo primitivo edificio si trovava allo stesso piano della porta della città. L’abside era ad oriente, la porta d’ingresso era rivolta ad occidente».
Tutto molto interessante, ed anche giusto, ma quante altre utili indicazioni di ricerca guadagnate - e an­che qualche futile supposizione risparmiata, aggiungo - se ci si fosse dati la pena, prima di alza­re il piccone, di leggere Baldissera!
Infatti già nel 1874, nella sua copia - integrata da note manoscritte - dell’edizione a stampa di uno studio di Giuseppe Bini sulle chiese di Gemona, questi precisa, a proposito dell’ospe­dale di S. Michele, che la sua chiesa attuale (nel 1874 non ancora demolita) risale al 1447, ma che una Chiesa di S. Michele esisteva ben prima del legato di Rodolone che dà origine nel 1279 all’ospedale ed alla confraternita relativa. Lo testimoniano le donazioni, tra il 1251 e il 1260, da parte di Jacopo Basadonna, di un mezzo campo e di varie luminarie alla chiesa di S. Michele, ubicata sul sagrato e adiacente alla Chiesa Maggiore.
L’esistenza della chiesa di S. Michele prima dell’ospedale duecentesco - che da essa quindi prende il nome - è confermata da nu­merosi documenti di archivio che Baldissera elenca, oltre che in altre sue pubblicazioni a stampa, nei manoscritti del Diplomatarium di Wolff, dell’Appendice al Diplomatarium e degli spogli delle deliberazioni dei massari: il 6 dicembre 1256 Jacopo Basadonna «Lascia denari per illuminare le chiese di S. Maria e S. Michele di Gemona»; il 2 gennaio 1312 è citata la sacrestia di «Sti Michae­lis Majoris ecclesie»; il 5 gennaio 1322 e nel febbraio del 1323 si localizzano certi atti «in Simeterio [cimitero] ante Ecclesiam S. Michaelis» e «in Sumiterio Eccle etc Capella Sancti Johannis»; un quaderno dei camerari di S. Michele registra nel 1392 una spesa per Leonardo d’Udine che dipinge un Gonfalone per la chiesa di S. Michele. E così via.
Anche a non voler prendere per oro colato quanto afferma il Nostro, le convalide archivisti­che dell’antica chiesuola si sprecano. Nei quaderni dei camerari di S. Maria, nel 1391, troviamo una spesa per lastricare un muro del cimitero, «donge la schale di S. Michel»; nel 1400 i due camerari di S. Maria e di S. Michele discutono se la Sacristia del Duomo debba essere edificata sopra o pres­so la Chiesa di S. Michele; nel 1428 si propone d’elevare un muro tra la Chiesa di S. Michele e la porta del Comune. Nei quaderni dei camerari di S. Michele si registrano: nel 1436 una spesa « per jachum lu todesc chi suminâ [fece trasporti] per lo ospedal e per la chamera lu altar di sant michel»; nel 1437-1438, in occasione di una tra le tante esondazioni della Grideule, si spende per far «lo dì che fo la Fortuna delaga della gredoula per far portâ fur la dalla chamira di sant michel»; in quello stesso contesto si registrano pagamenti per ripulire il sagrato davanti alla porta della chiesa («agrigor [a Gregorio] chi accomodâ la chort al portal di sant michel») e per la chiesa stessa, che ha bisogno di aggiustamenti al tetto.

Ce n’è d’avanzo perché Baldissera possa concludere così:

[...] nel sito dell’attuale antisacristia a un livello molto più basso, presso all’ossario e perciò rimpetto all’ospitale di S. Michele si trovava nei tempi antichi la Cappella di S. Giovanni Battista e di S. Mi­chele che formava un edificiolo da sé o almeno non congiunto per communicazione diretta con la Chiesa maggiore [...]. Una loggetta aperta per tre arcate dava l’accesso all’ossario e alla Cappellina, la quale, per dirlo d’incidenza, nel 1413 era stato deciso far dipingere a M° Domenico da Udine detto lu domine. Disgiunta dalla Chiesa e dedicata a S. Giovanni, come portava il rito e l’uso costante, era essa il Battistero della Pieve nostra, e vi si trovava perciò la Vasca di cui trattiamo: tanto risulta del complesso della sgregate notizie raccolte a spizzico nei quaderni dei camerari ed altrove». (L’antico fonte battesimale della Chiesa Arcipretale di S. Maria in Gemona, Gemona, Bonanni, 1885).

Ora è a sapersi che aderente al lato meridionale della Chiesa Parrocchiale esisteva ab immemorabili una Cappella dedicata a San Michele Arcangelo, con ingresso suo proprio e con la sua sacristia, così da formare una chiesuola a parte. Al titolo suddetto era aggiunto pur quello di San Giovanni, perché in essa, fino al 1463, si amministrava il battesimo e serviva di battistero l’antico sarcofago pagano che poi fu collocato in Chiesa ed è il più antico e il più importante monumento di essa, sul quale tempo fa io pubblicai una breve Memoria. La Cappella di cui parlo corrispondeva al sito sopra il quale più tardi fu costrutta la Sacristia, sito che poi venne ridotto in carnaio ed ossario, e solo lo scor­so anno fu fatto sgombrare; oggi è nella massima parte sotterraneo, invece in antico rimaneva in buo­na parte allo scoperto. Risulta evidentemente che l’Ospedale eretto nella casa di Rodolone si servì fino dall’origine per le sue uffiziature dell’oratorio di S. Michele che gli stava di fronte separato dalla sola strada, ad un livello di non molti gradini superiore: anzi un ponte gettato non si sa quando, dal­l’Ospedale sul sagrato, cavalcando la via, unì ancor meglio i due edifici. (L’ospedale di S. Michele in Gemona, Gemona, Tessitori, 1887).


Com'era la chiesetta di S. Michele?
Che aspetto aveva la chiesa-battistero di S. Michele? L’impostazio­ne delle arcate citate da Baldissera, ora murate nel perimetro esterno del Duomo, non cade sul piano attuale del sagrato ma all’incirca al livello del pavimento del sacello di S. Michele e l’ area coperta corrisponde grosso modo a quella del sacello. Al vano sotterraneo denominato - impropria­mente, come vedremo - ossario, e che serviva probabilmente da battistero, si accedeva dalla loggetta seminterrata. Si può pensare perciò che una parte della chiesetta, che includeva il cosiddetto sacello di S. Michele, volgesse da est a ovest e un’altra, distinta e che includeva il cosiddetto ossario, da nord a sud. E’ anche probabile che i locali della chiesa fossero più numerosi dei superstiti e si estendessero sia al di sopra che al di sotto.
Un indizio sulle dimensioni della chiesa si potrebbe poi intravedere nella conferenza del settembre 1400 tra massaro e cameraro di San Michele, tenuta per discutere se la sacristia nuova del Duo­mo dovesse elevarsi sopra o presso la chiesetta. Sappiamo che la sacrestia venne poi edifica­ta su un piano rialzato rispetto all’aula del Duomo, e corrispondente al piano del Coro, tant’è che il luogo ove sorse venne denominato «solarutto» e «in solarutto» l’altare dedicatovi alla Beata Vergi­ne. Ne potremmo dedurre che questa prima sacrestia abbia lasciato sostanzialmente integro l’edificio di S. Michele. Baldissera anzi ipotizza che il portico ad archi della chiesa sia stato edifi­cato proprio in quella circostanza per dare accesso ad una nuova cappella interna al Duomo, intito­lata a S. Michele e denominata anche «sub solarutto», il cui altare, consacrato nel 1406, era funzionale all’Ospedale.
In sintesi: a partire dal 1400 iniziano dei lavori di riforma del Duomo, che investono sia la chiesetta esterna di S. Michele, ormai troppo angusta, sia la struttura interna del duomo, che ha bi­sogno di una sacrestia. L’esito della ristrutturazione è leggibile in una tela del secolo XVII raffi­gurante la Crocifissione, ora nella cappella dell’Ospedale civile di Gemona, riprodotta che io sappia per la prima volta da Guido Clonfero nel volume del 1987 sul Duomo di Gemona. In questa immagine la chiesetta di S. Michele man­tiene ancora una fisionomia sua propria, distinta dal fabbricato del Duomo - il quale per parte sua non è ancora appesantito dalle numerose superfetazioni (cappelle e sacrestie) intervenute nel Sette­cento - e sembra elevarsi sopra le arcate menzionate da Baldissera. Gli scavi in corso ci mostrano poi che al di sotto di quello che fino ad ora si è considerato, a fasi alterne, vuoi un oratorio vuoi un ossario, si estendeva un’altra stanza, ed è in quest’ultima che va propriamente identificato l’ossario tre­centesco, senza escludere che l’esorbitante quantità di ossa in deposito abbiano finito per occupare anche la stanza superiore, prima che, ai tempi di Baldissera, si provvedesse ad una sua pulizia e sterramento. Scavi ulteriori, condotti al di sotto del sacello di S. Michele, potrebbero riservarci qualche altra sorpresa.
Il radicale ampliamento delle sacrestie avvenuto nel Settecento sotto Giuseppe Bini, abbas­sandole al livello dell’aula ed estendendole sul sagrato, ha causato poi la semi-distruzione della nostra chiesetta, generando così il «mistero» sui locali sotterranei superstiti.

Il «carnale» ed ossario di S. Michele
Gli scavi recenti nella stanza nota come ossario hanno indotto nell’opinione pubblica gemo­nese una certa meraviglia, per il rinvenimento di un’impressionante quantità di ossa e di crani umani, nonché di reperti risalenti a varie epoche storiche. Così ne danno notizia i responsabili delle prospezioni archeologiche:

Un deposito di ossa
Gli scavi, iniziati il 4 agosto 2008, misero subito in evidenza un terreno ricco di resti ossei umani de­positati alla rinfusa mentre un saggio negli strati inferiori (circa 2 m sotto il pavimento del vano) ha messo in luce un deposito con resti ossei più integri. Insieme con le ossa sono stati fino ad ora rinve­nuti pochi oggetti d’uso personale (medagliette devozionali, monetine, crocette e parti di corone di rosario, fedi e spille di estrema semplicità) riconducibili al secolo XVIII o al massimo a quello prece­dente. Più antichi di qualche secolo possono risultare alcuni cocci di ceramica decorata. Tale situazio­ne induce a ritenere che lo spazio oggetto dell’indagine sia stato destinato agli inizi del XIX secolo quale luogo di deposito di materiale proveniente da una parte delle sepolture dell’antico cimitero for­se sgomberate in occasione dei lavori di rifacimento della facciata (1825–1829). Recentemente è sta­ta però rinvenuta anche una moneta trecentesca del Comitato del Friuli, battuta durante il patriarcato di Bertrando di Saint Geniés, vescovo di Aquileia e principe della Patria del Friuli dal 1334 al 1350.


A dire le cose con schiettezza, un conoscitore della cose del Duomo avrebbe dovuto meravi­gliarsi più del non ritrovamento che del ritrovamento di ossa umane e le perplessità espresse dagli estensori della nota nel constatare la presenza di oggetti risalenti ben più indietro del secolo XIX si sareb­bero attenuate nel constatare che Valentino Baldissera nei suoi scritti qualifica costantemente e pacifi­camente questo sito come «carnale» e che gli archivi gemonesi ne fanno esplicita menzione da sette secoli, cioè a partire dal secondo Trecento, come carnal, o cjarnal, o charnal, cioè come os­sario. Eccone un campione, desunto dai quaderni dei camerari di S. Maria della Pieve e di S. Mi­chele:
1371-1372 - Si aggiusta la serratura del «carnal».
1384-1385 - Si spende per «lu cesendeli» [ il lume] di carnal».
1415-1416 - Si comprano assi di legno (breys) «per far glu castg de blava [in friulano: il cjast di blave] in la caniva sot laltar di sant Michel». Il che significa che questi locali venivano anche adoperati come «caniva» o «canipa», cioé come magazzino.
1436 - Si provvede a rifare il rivestimento «pro altari in carnali». Si pagano gli operai che hanno provveduto a ripulire il cimitero dalle spoglie dei morti e quindi a depositarne le ossa nel carnale.
1446 - Si spende per lavori di pulizia presso il cancello del carnale.
1516 - Si cita l’uscio che dà adito all’ossario e si spende per « cavar fora lo legname del carnale»
1595 - Si porta nell’andito del carnale il pietrame dei due famosi altari “sotto il Coro” demoliti in quell’anno.

La Griduele, il cimitero e l'ossario
Non vi è alcun dubbio che le ossa ritrovate provengano dalle sepolture del cimitero che con­tornava il Duomo. Si tratta di un deposito che si è venuto accrescendo, a partire dal Trecento, a causa del rognosissimo torrente Grideule, che per lungo tempo ha tormentato i camerari della Pieve. Sebastiano Mullione - cronista gemonese del primo Cinquecento - scrive infatti che ancora nel 1430 il torrente «gradeula» ruppe i muri del cimitero e ne strappò via i corpi dei morti insieme con le loro casse, trasportandoli «usque in paludem», cioè fino in Godo; e che nel 1499 un’altra straordinaria inondazione del torrente rovinò il muro del cimitero invadendone l’area con una quantità così spro­positata di ghiaia da ostruire addirittura la porta del Duomo; e che infine il cameraro Pietro Gallino solo nel 1516 sgombrò il cimitero della ghiaia che quella alluvione vi aveva condotto.
I quaderni di spesa dei camerari sono prodighi di notizie sul nefasto torrente e sulle pulizie sempre necessarie, in special modo nelle vigilie di Pasqua e di Natale.
1336 - Si cita la pulizia del cimitero della chiesa come prassi usuale.
1350 - Spese ripetute e lavoro del sagrestano («lo moni», il muini in friulano) per ripulire il cimitero per «la sagra» cioè per Pentecoste, quando cadeva l’anniversario della consacrazione della Chiesa.
1360 - Spese per «Valfram per chel portâ la tera fur del chanpanili e aremondâ [ripulì] lu simiterio in torno la glesia».
1372 - Il sagrestano del Duomo deve provvedere alla pulizia del cimitero dalle pietre trasportatevi dal torrente.
1378 - Si cita espressamente la spesa «per far aremondar li osi e le predi [resti?] de simiterio»
1381 - Spese per «aremondar soto li gateri [grate, inferriate] de simiterio». Si ripulisce il cimitero delle «brege» [altrove breys, assi, si presume delle casse da morto] e delle ossa affiorate. Si portano via la ghiaia e la sabbia tracimate.
1382 - Altre spese per ripulire il cimitero dai resti delle sepolture e per «archogler» [raccogliere] le ossa sparse per il cimitero. Spese per raccogliere «le brege dele chase de li morti et per brusarle». Si aggiustano le pietre del cimitero e le lapidi delle sepolture.
1384 - Spese «Per conzar [riparare] denuf lo cimiterio per la gradoulla che disconzâ [sconciò, rovinò]» e per riparare il muro del cimitero.
1386 - Spese «per far aremondar lu sumiterio et per far portar la terra et la piera là che fo disfata la schala della rumita [romitorio detto «di san Jeroni», che comunicava col cimitero mediante una scala]». Spese di pulizia per la settimana santa.
1388 - Di nuovo spese sotto Pasqua per ripulire le scale e il cimitero.
1390 - Spese per «Remondar lu Cimiterio la vilia [vigilia] di nadal».
1406 - Si riempiono le fosse che l’acqua della Grideule ha scavato nel cimitero.
1408 - Si sistema il cimitero che era stato devastato dalla «montana» [straripamento] della Grideule.
1437 - Dopo il Corpus Domini si impiegano otto carradori per ripulire la chiesa ed il sagrato. Si dispongono due guardie sul campanile perché controllino le piene del torrente. Si fanno portare casse da morto e si impiegano molti operai e carradori per sistemare il terreno circostante il torrente ed il cimitero.
1438 - Lo straripamento della Grideule porta con sé tanta ghiaia che occorrono 1192 carri per liberare il cimitero e il sagrato.
1516 - Si deve di nuovo sgombrare il cimitero dalla ghiaia della Grideule.
1518 - Si citano le «roste» della Grideule.

E così via. Cos'altro potevano fare, i poveri camerari della Pieve, specie tra il XIV e il XV secolo, se non tessere e ritessere di continuo questa tela di Penelope, ripulendo al mattino ciò che alla sera il torrente maligno avrebbe di nuovo sconciato? Ogni qualvolta la furia delle acque strappava i morti, con annessi e connessi, al riposo eterno, non restava altro da fare, nell’impossibilità di rimetterli nei loro luoghi deputati, che depositarli più o meno pietosamente nel vano sotterraneo della chiesa di S. Michele. Come ho già accennato, non proprio nel locale, ma nella stanza sottostante che i recenti scavi hanno svelato, e il cui piano di calpestio si trova oltre sette metri sotto la superficie del sagrato, confermando così l’intuizione di Baldissera, secondo la quale il piano di fondazio­ne della chiesetta di S. Michele doveva essere di poco superiore a quello della porta del Comune. I depositi continui di materiale cimiteriale di scarto, iniziati, come sì è visto, già nel Trecento, devono avere col tempo riempito completamente questa stanza.

Il destino della chiesetta di S. Michele Arcangelo
Tornando ora alla nostra chiesetta, che fin da quando fu fondato l’ospedale di S. Michele servì sia da camera mortuaria sia da battistero, oltre che - come s’è visto - da ossario: che ne è stato nei secoli successivi? Ha seguito, com’è naturale, le riforme architettoniche della chiesa maggiore, la quale, tra la fine del Trecento e la prima metà del Quattrocento, praticamente non ha mai chiuso i suoi cantieri. Nel 1386 vi si erige la Cappella di S. Seba­stiano, nel 1387 l’altare di S. Tommaso, nel 1390 si fanno lavori ad «heremitorium S. Michaelis», nel 1391 si rifà la Porta Gemina e nel 1392 si costruiscono le scale che vi scendono dal cimitero, nel 1396 si progetta la «chuva» (cappella, cupola, abside) presso l’altare maggiore; tra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento si investe molto per la costruzione e riparazione, oltre che delle mura del Comune, delle recinzioni del cimitero e delle scale che lo collegano con le mura; nel 1403 si edifica la sacrestia nuova del Duomo; nel 1428 si stabilisce all’unanimità che l’abside della Chiesa Maggiore venga edificata ad ogni costo, e col massimo decoro possibile (construatur et edificetur omnibus modo et via quibus melius et utilius ac magis decora fieri poteret). Di pari passo con la sacrestia, agli inizi del Quattrocento si realizza, a spese della confraternita di S. Michele e quindi per il servizio dell’ospedale, la cappella di S. Michele e S. Giovanni Battista.
E’ chiaro che a un certo momento la «chiesuola» di S. Michele si rivela troppo angusta rispetto al fervere delle attività dell’o­spedale e che, in ogni caso, deve sottostare alla crescita fisiologica della chiesa maggiore. La confraternita di S. Michele, per contro, soffre la propria condizione di dipendenza, vuoi perché alle sue funzioni religiose è preposto il cappellano del Duomo, vuoi perché gli spazi disponibili per l’ospedale sono pur sempre quelli della chiesa maggiore. Perciò comincia a maturare l’idea di ottenere un cappellano proprio e nel contempo di costruire, su terreni di proprietà, una chiesa a proprio esclusivo servizio. Scrive Baldissera nel suo opuscolo del 1887: «La direzione spirituale o morale spettava però al Cappellano dell’Istituto. Dapprima per un secolo e mezzo ne fungeva l’officio il Cappellano stesso della Parrocchiale ch’era addetto alla Cappella de’ Santi Michele e Giovanni, ma quando l’Istituto pensò a costruirsi la sua propria Cappella pensò anche a crearsi un Cappellano proprio». Ciò è causa di qualche malumore nei preti del Duomo, sicché il Breve pontificio ottenuto nel 1438 e che autorizza l’elezione di un prete indipendente per l’officiatura dell’Ospedale, è boicottato a tal punto che nel 1446, prossimi ormai all’avvio dei lavori per la nuova chiesa, il vicario del patriarca deve richiamare la parrocchia all’osservanza della disposizione pontificia. Di tale contrasto si trova traccia nei quaderni dei camerari che riportano nel 1438-39: «Item spendey [...] a Jachu Flumia chi fo a Udin per la facenda di sant michel per cerha di poder inpetrâ di tigner un predi aposta delospedal contra la voluntande del plevan».
Alla fine, nel 1447, si inizia ad edificare la nuova chiesa di S. Michele. Per ricevere lumi sul suo destino successivo viene spontaneo rivolgersi alla massima autorità in materia di chiese e chiesette locali, cioè a Giuseppe Marchetti. Purtroppo l’illustre studioso non riesce di nostra piena soddisfazione. Infatti nelle sue Note di storia ecclesiastica del 1936, dopo avere scritto che la duecentesca chiesa di S. Michele sorgeva di fianco al Duomo, incorre in un curioso qui pro quo, affermando che «Fra il 1884 e il 1886 l’ospedale fu interamente riformato [...], e la chiesa duecentesca scomparve [corsivo nostro]; però ne fu eretta nello stesso tempo un’altra, dedicata al medesimo Arcangelo, fuori del recinto ed è l’attuale rettoria di S. Michele dell’ospedale, presso porta Udine, nella quale fu trasferito quanto della vecchia cappella si poté conservare». Ora, essendo pacifico che la chiesetta duecentesca non poteva sorgere ad un tempo e sul sagrato del Duomo e nell’area dell’ospedale, a Marchetti deve essere sfuggito che vi era una seconda chiesa di S. Michele, costruita nel 1447 proprio presso l’ospedale, e che quest’ultima, e non quella duecentesca, era stata demolita nel corso dei lavori ottocenteschi. Solo nel 1958, in Gemona ed il suo Mandamento Marchetti ammetterà, con qualche imbarazzo: «S. Michele dell’Ospedale, costruzione recente (sec. XIX) sorta in sostituzione dell’antica chiesetta (1450) che si trovava nelle adiacenze e che fu demolita nella riforma generale del pio luogo».
Ciò detto, è meglio perciò passare la parola, conclusivamente, al più affidabile Valentino Baldissera:

1447-1455. Costruzione, dietro le indicazioni di Maestro Giorgio tagliapietra tedesco, della nuova Cappella o Chiesuola aderente ed annessa all’Istituto, che, salve riduzioni di finestre ed imbiancature, è quella che esisteva fino a un tre anni fa [1884], ed ora è ridotta a una metà. Sul finire di quel secolo, come pare, tutta la facciata esterna della Chiesa e della casa lungo la strada, secondo l’uso del tempo, fu dipinta a fresco, probabilmente da uno dei Tolmezzo e rappresentava santi in varj scompartimenti. Quando fu aperta la nuova porta (1576), vennero guaste in buona parte le pitture della casa, e più tardi ricoperte affatto di nuovo intonaco, e solo nell’ultima ricostruzione di tutto il fabbricato ne furono scoperte e temporaneamente messe a nudo le tracce. Quelle della Cappella vennero cancellate nel 1860, e, abbattuto [nel 1862] il cavalcavia che metteva sul sagrato, rimase allo scoperto e fu conservata quella piccola storia della Pietà con tre mezze figure, dalle quali si può concepire un’idea del valore dell’opera intera.

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