Emigrants Giovani in moto

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Giovani, migranti, gemonesi

La sezione migrans vuole raccontare esperienze di giovani gemonesi che per motivi diversi si trovano all’estero. Iniziamo con Flavio e Federica.

Flavio e Federica, vi siete conosciuti giovanissimi al Liceo Magrini. Dopo l’università e le prime esperienze di lavoro, ora vivete a Londra da cinque anni. Siete sempre stati viaggiatori? Federica, ci puoi descrivere com’era Flavio quindici anni fa? Flavio, puoi fare lo stesso con Federica?

Federica: Flavio è sempre stato propenso a muoversi, viaggiare e vivere all’estero. Ha sempre avuto uno spirito avventuroso, intraprendente. Voleva sempre fare qualcosa di nuovo e stimolante, soprattutto esperienze capaci di rafforzare le sue competenze. Questo si è rispecchiato anche nel percorso di studi che ha fatto, prima in Friuli, poi a Londra, in Francia e in Germania.

Insomma, era già scritto che sareste andati via dal Friuli.

Federica: Non c’è mai stata alternativa. Il che è una cosa positiva, altrimenti non saremmo qua.

Flavio: Abbiamo iniziato fin da subito a muoverci. Quando eravamo minorenni giravamo in Italia, soprattutto per le difficoltà nell’accedere ad alberghi e muoversi con voli internazionali. Appena maggiorenni abbiamo fatto la prima vacanza a Parigi, seguita poi da altre capitali europee, Nord America, Medio Oriente, Estremo Oriente. Ci è sempre piaciuto conoscere culture diverse. La curiosità di vivere all’estero si è quindi costruita col tempo. La prima occasione è arrivata durante l’università, nel 2012, quando abbiamo deciso di passare un anno a Londra. Io poi ho fatto un’altra laurea a Parigi e, dopo un breve periodo a Milano, ci siamo decisi a ritornare all’estero. Abbiamo pensato che, soprattutto in termini di opportunità lavorative, fosse il caso di partire. Una cosa che ci diciamo spesso è che il grande scarto tra l’Italia ed altri paesi europei è che nei primi anni dopo l’università in Italia rincorri uno stage dietro l’altro, mentre all’estero dopo due mesi hai già il tuo lavoro e quasi ti lamenti delle responsabilità che ti affidano.

Federica, qual è il tuo percorso accademico? Al tuo arrivo a Londra sei riuscita a trovare subito un lavoro nel tuo campo?

Federica: In Italia ho studiato per diventare ingegnere civile e ora lavoro come ingegnere strutturale nel campo della progettazione e ristrutturazione di edifici residenziali, uffici o spazi commerciali. Prima di arrivare a Londra pensavo che all’inizio mi sarei dovuta adattare a fare un lavoro qualsiasi, in attesa di trovare qualcosa più in linea col mio percorso. In realtà questa opportunità è arrivata subito, dopo tre mesi dal mio arrivo. Penso quindi sia andata molto meglio rispetto alle mie aspettative iniziali.

Non hai provato a lavorare in Italia?

Federica: No, in Italia avevo fatto solo un tirocinio di alcuni mesi nel quadro del mio percorso di studi. Poi mi sono laureata e subito trasferita all’estero.

Flavio: In realtà in quel periodo hai fatto molto di più che partire…

Federica: In effetti, sì. Io e Flavio ci siamo sposati il primo ottobre, il 28 mi sono laureata e il 6 novembre siamo atterrati a Londra, dove Flavio si era già trasferito all’inizio dell’anno.

Avete bruciato le tappe! Ritornando alle aspettative rispetto alla vostra vita all’estero, Federica tu dicevi che non ti aspettavi di trovare lavoro così facilmente.

Federica: Mi ha stupito la rapidità, ma anche l’approccio verso il lavoro. Come dicevo, non ho avuto esperienze in Italia, posso dire però che se fossi rimasta mi sarei aspettata un primo lavoro senza grandi responsabilità, magari una serie di stage. Qua ho scoperto che anche alle prime esperienze ti fanno partecipare a degli incontri da sola, gestire relazioni con i clienti, fare delle scelte, valutare l’avanzamento dei lavori in cantiere, ecc.

Le donne spesso trovano molti più ostacoli, anche esplicita discriminazione, nel corso della propria carriera. Il tuo vissuto a Londra conferma queste difficoltà?

Federica: Non ho una risposta netta. Ci sono state occasioni in cui i miei interlocutori si sono sorpresi di dover avere a che fare con me. C’è poi da considerare che nel mio studio su 30 ingegneri solo 4 sono donne, che invece sono la maggioranza nei posti amministrativi dell’azienda. Posso quindi dire che la differenza di genere l’ho vista in termini di numeri, il che probabilmente si spiega col fatto che più uomini scelgono di laurearsi in ingegneria, piuttosto che in termini di “discriminazione”. Per quanto riguarda lo stupore di alcuni, ad esempio in cantiere, la differenza di valutazione riguarda più che altro l’età: vedendoti così giovane alcuni colleghi sottovalutano un po’ le tue capacità, come penso succeda ovunque. Ti ritrovi a parlare in cantiere con una persona che ha 25 anni più di te e che quindi fa difficoltà ad accettare il fatto di essere diretta da una persona così giovane.

Flavio, tu che aspettative avevi quando sei partito per Londra?

Flavio: La ragione principale per cui ho suggerito a Federica di trasferirci a Londra è che la conoscevamo già come una città molto dinamica. Una città in cui hai infinite possibilità, in cui è quasi impossibile non trovare qualcosa di interessante, anche quando non sei ancora pienamente consapevole di quello che ti piace. Londra inoltre è molto internazionale e le possibilità di integrarsi sono molto elevate. Non è come inserirsi in una città francese o, per uno straniero, nella provincia italiana, dove la cultura e le tradizioni sono molto forti ed uniformi. Londra è cosmopolita, un’infinità di culture coesiste e quindi chiunque si può sentire a casa rapidamente.

Quanto a me, io mi ero già laureato in giurisprudenza a Udine e una specialistica in Diritto del Commercio Internazionale alla Sorbona a Parigi ma, dopo un tirocinio in uno studio legale a Milano, ho capito che diventare avvocato non sarebbe stata la mia strada. Ho quindi pensato che Londra potesse essere una buona soluzione, sia perché già la conoscevo avendoci studiato, sia perché, come dicevo, pensavo che se non avessi trovato qualcosa a Londra non l’avrei trovata da nessun’altra parte. Una volta trasferito, ho fatto diverse esperienze e alla fine, grazie a una rete di contatti, sono venuto a sapere di un’opportunità per lavorare come consulente per un ministero del governo inglese nel settore dell’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese, cosa che faccio da tre anni. Parallelamente, circa tre anni fa, ho cominciato un dottorato in Germania sui temi della tutela ambientale nel diritto degli investimenti e del commercio internazionale. Direi quindi che le mie aspettative sono state completamente attese sia in termini di dinamicità della città, sia per opportunità lavorative, qualità della vita e degli incontri.

Ci sono degli aspetti negativi della vita a Londra?

Flavio: Sicuramente le abitazioni, molto piccole e costose, tanto più per gente come noi che è cresciuta in un bel paese di provincia. Altro aspetto negativo è il trasporto pubblico…

Federica: Stavo per dire la stessa cosa. Appena arrivata, quello della metropolitana è stato un impatto abbastanza forte. Il viaggio di andata di mattina e di ritorno alla sera sono abbastanza pesanti. C’è un sacco di gente che spinge e corre. Dopo un po’ però ti abitui e finisci anche tu per camminare sempre velocemente.

Qualche mese fa avete avuto il vostro primo figlio. Quando avete deciso di diventare genitori a Londra la vostra prospettiva sulla vostra permanenza all’estero e in Inghilterra in particolare è cambiata?

Federica: Non è cambiata molto. Ci siamo sempre detti che l’esperienza all’estero è temporanea, senza però porci un limite per rientrare. L’importante ora è avere la possibilità di passare del tempo in Italia, senza necessariamente trasferirci lì. Appena si potrà, staremo per un periodo in Friuli.

Flavio: A cambiare le cose più che nostro figlio è stata la Brexit. Prima, infatti, era possibile pensare di andare via da Londra e, se mai, ritornare in seguito. Il problema è che ora, andandosene, c’è il rischio di non poter tornare più. Questo ha un impatto sulle nostre scelte, nel senso che bisogna decidere con maggiore ponderazione. Purtroppo, facendo paragoni tra Londra e le città italiane, troviamo molti ostacoli, principalmente in termini di opportunità lavorative. Siamo però sicuri di voler rientrare in Italia ad un certo punto.

Perché c’era fin da subito questa voglia di ritornare?

Federica: Non so esattamente perché. Un po’ influisce il fatto che hai la famiglia là e vorresti riavvicinarti a loro. Se ci pensi, però, anche se dovessi finire a lavorare a Milano, le ore di treno per il Friuli non sono molte di meno del viaggio da Londra a Gemona. Qualsiasi sia il motivo, non mi sono mai vista vivere a lungo fuori dall’Italia.

Flavio: Perché alla fine si tende a voler stare dove si trovano le tue radici. E ti parlo da persona che, a differenza di Federica, vorrebbe fare un’altra tappa prima di rientrare. A Parigi o magari in Germania, che ho visitato tantissimo in questi anni per il dottorato. Il punto però è sempre rientrare. La ragione ultima del perché è difficile da sviscerare, ma credo che abbia a che fare con il concetto stesso di ‘casa’.

Federica: Stando fuori, ti rendi maggiormente conto delle cose belle dell’Italia e del Friuli. Dalle cose più ovvie come il cibo, all’istruzione e all’università. Ad esempio, facendo i colloqui di lavoro, le persone che hanno studiato in Italia nel mio settore vengono considerate positivamente perché la preparazione viene ritenuta molto valida, forse anche perché in Italia si fa un anno in più di università. Penso però che, al di là della durata, parlando almeno dell’Università di Udine, la preparazione sia solida, poi la pratica la devi acquisire con l’esperienza, ma a livello teorico ti dà una buona base.

Flavio: Quello che racconta Federica è sempre stato un grande paradosso per me perché è in netto contrasto con quanto succede in Italia: mentre in Inghilterra si premia la preparazione ingegneristica offerta dalle nostre università, ho sentito dire più volte che in Italia a parità di qualifiche si fatica spesso a trovare lavoro da neolaureati (non uno stage) e, quando si trova, non ti affidano compiti all’altezza per anni.

Com’è stata l’esperienza della gravidanza, ma anche del diventare genitori lontani dalla famiglia e dagli affetti?

Federica: In realtà è andata bene, anche se la lontananza si sente e avere avuto la famiglia vicino avrebbe reso le cose ancora più semplici. Anche relativamente all’ospedale è andato tutto molto bene, anzi, siamo perfino rimasti stupiti dalla qualità dei servizi. Ovviamente i piani erano diversi: pensavamo che la mamma di Flavio sarebbe potuta venire a trovarci o che i miei genitori sarebbero potuti salire dopo la nascita. Purtroppo il Covid ha ostacolato tutto questo, anche se, almeno dal punto di vista lavorativo, mi ha permesso di lavorare da casa fino all’ultimo e quindi posticipare la maternità.

Flavio, prima hai menzionato la Brexit. Percepite che ci sia stato qualche cambiamento nel modo in cui vedete Londra da stranieri e il modo in cui Londra vede voi stranieri?

Flavio: Da un punto di vista professionale e personale non c’è alcuna differenza per noi, perché appunto siamo a Londra. Penso invece che le cose siano cambiate radicalmente nelle province inglesi, ma è difficile da dire senza viverci. Londra è una entità separata, nella quale la popolazione è marcatamente internazionale e quindi non si è percepita alcuna differenza. Tra l’altro qui si è votato con un’ampia maggioranza per rimanere in UE. A livello lavorativo i diritti che abbiamo non cambiano, almeno finché si rimane qui, e non c’è alcun tipo di discriminazione. Da un punto di vista pratico, invece, la Brexit ha avuto delle conseguenze molto concrete sulla reperibilità di certi prodotti che arrivano dall’UE, con ritardi e tasse di importazione, cose inimmaginabili fino a poco tempo fa.

L’isolamento fa un po’ sentire la lontananza da casa, ma “casa” per voi è solo Gemona?

Flavio: Per me sì. Al massimo per te [rivolto a Federica] può essere Trasaghis. [ridono entrambi]

Federica: Eh sì, io sono di Trasaghis…

Flavio: Racconto questo episodio, che in realtà è capitato in maniera simile più volte. Quando ancora si andava in ufficio, succedeva che i colleghi mi chiedessero cosa avessi fatto durante le vacanze e io spesso rispondevo di aver passato un paio di settimane ‘a casa’. Ho poi però capito che pensavano fossi rimasto a Londra e ho dovuto iniziare a specificare che ero tornato in Italia. C’è stato spesso questo fraintendimento, le settimane a casa per loro erano ‘in appartamento’, mentre io sottintendevo ‘in Italia’…

In generale, cerchiamo di rientrare ogni mese. L’idea è che, assentandosi per dodici mesi, la gente passa un anno senza vederti e tu perdi contatto con la realtà locale. Il senso di ‘casa’, secondo me, non rimane in maniera indefinita nel tempo ma va coltivato. Rientrando di frequente, il legame rimane molto più forte, non ti senti mai estraneo. C’è da aggiungere che molti degli amici più stretti se ne sono andati a loro volta. E quindi quando rientriamo è più facile sentirsi a casa perché, alla fine, per noi Gemona è la stessa. Tutti quanti viviamo Gemona rincontrandoci in questo luogo, che per noi è ‘casa’, un luogo di incontro tra le persone che se ne sono andate, gli amici rimasti e gli affetti familiari.

Federica: Concordo in pieno. Questa idea di coltivare il senso di casa è una cosa piacevole per noi, lo facciamo perché vogliamo farlo, per questo non ci pesa rientrare così spesso.

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